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Il museo dei Frati Cappuccini di Reggio Emilia

A ottant’anni dalla sua costituzione, nel 1927, e dopo un periodo di chiusura, il Museo dei Frati Cappuccini di Reggio Emilia ha riaperto nel 2007 in una sede ristrutturata, con un nuovo ordinamento, frutto di ripensamenti sulla sua storia e sulla sua funzione, in un’accezione dinamica che interagisce con altre strutture museali dell’Ordine.

 

Numerose sono le tappe della vicenda museale delle collezioni dei Frati Cappuccini di Reggio. Sebbene non ancora secolari, queste hanno contribuito con specifica fisionomia a integrare un articolato sistema espositivo cittadino nell’affiancamento agli istituti culturali comunali delle Raccolte naturalistiche ed etnografiche di Lazzaro Spallanzani, della Galleria Fontanesi e della Galleria Parmeggiani, cui si è aggiunto dal dicembre 2006 il Museo diocesano, allestito presso la cattedrale.

 

Storicamente, l’apertura agli aspetti etnografici e antropologici, tratto caratterizzante delle prime collezioni confluite nel convento, è all’origine del Museo cappuccino costituitosi nel 1927, in coincidenza e in corrispondenza con l’istituzione del Collegio Missionario “San Giuseppe da Leonessa” per la formazione dei giovani religiosi destinati alle missioni in Turchia. Prodotti dell’artigianato e oggetti d’arte delle terre balcaniche, ma anche curiosità naturalistiche e scientifiche, trovarono allora intelligente ordinamento grazie alle premure di padre Domenico Manfredini da Montecuccolo. Ma era inevitabile che, con il passare del tempo, a quelle testimonianze etnografiche si aggiungessero - e non solo in forza di esigenze conservative - gli oggetti di culto del convento reggiano caduti in disuso o comunque sostituiti, e tuttavia sempre avvolti da un’aura di sacralità derivante dalla loro funzione; così come era conseguente che simili nuclei collezionistici costituissero un significativo polo di aggregazione per manufatti artistici, anche eterogenei, di altre comunità religiose.

 

A cavallo tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, la conservazione di quelle raccolte forse non aveva ancora assunto una forma museografica vera e propria; ma il progetto era certamente formulato e di dominio pubblico, se non in corso di realizzazione. Lo dimostra l’attenzione di Augusta Ghidiglia Quintavalle, la quale nel 1935 effettuava la catalogazione dei beni artistici della chiesa e del convento dei Cappuccini, per conto della Direzione Antichità e Belle Arti del Ministero della Educazione Nazionale, non dimenticando, nel censimento selettivo adottato in quegli anni, la notevole quantità di opere e di oggetti destinati all’“organizzando Museo”, per lo più provenienti “dalle Missioni dell’Ordine”: immagini sacre di “ignoti Madonneri” eseguite su tavola a fondo oro, icone bizantineggianti per la privata devozione, anconette in lamina d’argento, ma anche una “collezione di monete antiche, fra le quali molte di epoca romana, alcune bizantine... altre turche”. In quelle raccolte di oggetti per lo più umili, che comprendevano corone del rosario ed ex voto, catenine e medaglie, immagini religiose e carteglorie, ceramiche e statuette, rami incisi e acquasantiere, candelieri e oggetti di uso liturgico, si mescolavano prodotti popolari, manufatti artigianali e antichi utensili della quotidiana vita comunitaria cappuccina che riflettevano gli ideali di semplicità e di povertà rispondenti al primordiale rigore penitenziale delle Costituzioni dell’Ordine. Un affettuoso sentimento religioso spira da quei materiali contraddistinti da forme elementari e disadorne, ai quali solo la perizia dell’artigiano e l’amore posto nell’esecuzione conferivano caratterizzazione artistica e intrinseco valore. Così, a fine Cinquecento, i prodotti in legno e i manufatti in vimini e in paglia intrecciata delle comunità cappuccine dovevano apparire agli occhi del cardinale Gabriele Paleotti, arcivescovo di Bologna e autore del noto trattato sulle immagini sacre e profane, che manifestava il proprio apprezzamento: “E vi dico che ho visto in alcun vostro luogo uno storazzo per ancona con un Crocifisso sopra, e il pallio tessuto di giunchi con una croce. E mi rendevano più divozione assai, che se fossero state di broccato”.

 

La speciale cura che la comunità reggiana riponeva nella conservazione di quelle raccolte è confermata dal loro trasferimento, nel 1937, per interessamento di padre Michelangelo Bazzali da Cavallana, nella nuova ala del convento costruita su piazza Vallisneri, come pure dalle attenzioni riservate alle loro condizioni all’indomani del bombardamento che, nel gennaio 1944, aveva colpito soprattutto la chiesa e parte del convento.

 

Sarebbe stato padre Guglielmo Sghedoni da Corlo a riordinare le raccolte nel dopoguerra disponendole nei locali sopra la sagrestia e il coretto conventuale; mentre nel 1969 il Museo prendeva pertinente forma e insieme sensibile consistenza grazie all’attivismo di padre Aurelio Rossi, con l’allestimento nella nuova ala in via Ferrari Bonini, adiacente al cinema. Di qui un rinnovato intervento della Soprintendenza di Modena che nel 1975 affidava ad Alfonso Garuti la revisione delle schede di Augusta Ghidiglia Quintavalle, compilate oltre trent’anni prima, e una nuova catalogazione con criteri più ampi e comprensivi che rendessero conto in termini analitici della vastità di interessi e della entità delle collezioni.

 

Con gli oggetti di uso liturgico erano presto entrati a far parte delle raccolte i dipinti, anch’essi della più varia provenienza: dalla stessa chiesa reggiana, da altre chiese cappuccine del territorio, da edifici di culto cittadini abbandonati o soppressi per disposizioni ducali o a seguito di più traumatici avvenimenti della storia, come le confische in età napoleonica o in epoca post-unitaria, che minarono la sopravvivenza non solo degli arredi della chiesa e del convento, ma degli edifici e della stessa comunità religiosa. Ai dipinti con le immagini dell’Immacolata, del Crocifisso, di San Francesco in estasi e dei santi dell’Ordine, i cui soggetti riflettono gli orientamenti e le predilezioni della spiritualità cappuccina, si sono aggiunte nel corso del Novecento tele con paesaggi e nature morte, pervenute per donazione di privati, in primo luogo grazie alla famiglia Del Rio.

 

(Angelo Mazza, in "I Cappuccini e il libro", Provincia dei Cappuccini dell'Emilia-Romagna, 2007)

 

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